Privacy Policy Le lingue popolari delle Terre Celtiche: le lingue occitane
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OCCITANIA: UNA KOINÈ LINGUISTICA

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Nel Medioevo nelle regioni della Francia meridionale si parlava l’Occitano e il nome è rimasto nel termine Linguadoca (languedoc) che indica un vasto territorio tra il Rodano e la Garonna.

Nel primo millennio in tutte le terre occitane, si parlava e sopratutto si scriveva l'antico occitano, "latino d'oc", vero archetipo di tutte le lingue padane, del provenzale, del catalano, dell'aquitano, ed ovviamente delle forme moderne di occitano e linguadoca.

Proprio l'Occitano antico era la lingua dei poeti, ed essendo, al tempo, tutte le poesie provviste di musica, i poeti erano compositori ed esecutori di musica. (per la poesia occitana nel Medioevo continua)

 

Fino alla fine del XIV secolo e inizi del XV la lingua Occitana era parlata e scritta dalla maggioranza dei francesi, ma dalla metà del XVI secolo, con il francese diventato lingua ufficiale dello Stato, inizia il suo lento declino. La tradizione occitana è stata rilanciata agli inizi del Novecento da quel valente studioso provenzale Frederi’ Mistral e dalle iniziative e dalle opere di poeti, musicisti, attori, cantanti e danzatori della Provenza, della Camarga (ad opera di tribù rom), della Cerdania, del Rossello’, della Bretania, delle regioni della Spagna (Catalana, Andalusia) e del Piemonte.

 

 

Il 19 febbraio 2009 a Parigi è avvenuta la presentazione dell’Atlas des langues en danger dans le monde, (Atlante delle lingue in pericolo nel mondo), in cui sono riconosciute come lingue a se stanti ognuna delle lingue d’oc, provenzale, alvergnate, linguadociano, guascone.

 

Si tratta di un passo in avanti fondamentale nel graduale riconoscimento della dignità linguistica e culturale delle regioni d’oc del Midi francese e delle Alpi sud occidentali.

 

Importante il fatto che le lingue d’oc siano considerate singolarmente e con il loro nome originale e non sotto l’infausta, inopportuna ed errata definizione di “occitano” che qualcun propone da tempo come improprio ed improbabile contenitore koinè per le lingue d’oc.

Inoltre, la lingua d’oc parlata nella Regione Languedoc  - Roussillon viene per la prima volta chiamata ufficialmente “languedocien”, ossia “linguadociano” e non “occitan”.

 

Curioso e altrettanto importante vedere che il termine “occitan” viene contemplato ma solo come eventuale sinonimo per le lingue su citate. Non passa quindi la tesi occitanista che sostiene che le lingue d’oc siano solo semplici sotto dialetti della grande lingua unica “occitana”.

 

Non resta che esprimere la nostra condivisione e soddisfazione per quanto riportato dall’UNESCO soprattutto in seguito all’inopportuna e non condivisa azione lanciata lo scorso anno per tentare di fare riconoscere l’”occitano” come “patrimonio mondiale dell’UNESCO”.

Martini Davide

Consulta Provenzale

L'Unesco censisce 2 500 lingue in pericolo di estinzione

LE MONDE | 18.02.09 |

E’ possibile salvare una lingua come si potrebbe salvare un tempio dagli oltraggi del tempo o dalla distruzione degli uomini? L‘Atlante 2009 internazionale delle lingue in pericolo, presentato giovedì’ 19 febbraio presso la sede del’Unesco Parigi, contiene una visione più ottimista e meno disastrosa di quella contenuta nel titolo dell’opera.

L’Atlante 1999 ne indicava 600 e quello del 2001, 900, la terza edizione, realizzata da 25 ricercatori coordinati dal linguista Christopher Moseley, stima a 2511 il numero, delle lingue parlate la cui sopravvivenza risulta a rischio, seriamente compromesse, in condizioni critiche o del tutto scomparse.

 

La cifra deve essere confrontata con le 6912 lingue recensite da L’Ethonologue, oggi il più autorevole riferimento scientifico, che ha recensito le lingue del mondo. Le lingue in pericolo sono particolarmente concentrate nei luoghi della terra, dove si parlano più lingue: la Melanesia, l’Africa sud-sahariana e l’America del Sud.

 

«Il grande numero di lingue parlate nel mondo, è confortante – ha precisato Cécile Duvelle, direttore della sezione  del patrimonio immateriale dell’Unesco - ma è necessario avviare una ulteriore ricerca più scrupolosa.» L’Atlante delle lingue appena pubblicato si basa su una valutazione delle lingue parlate secondo criteri di ‘estinzione’, di ‘vitalità’, di  ‘numero di locutori’, di ‘trasmissione generazionale’, di ‘politiche linguistiche’ adottate dai vari governi.

 

“Esistono lingue molto vivaci. Altre sono quasi estinte, altre stanno nascendo. E’ un continuo cambiamento” precisa M.me Duvelle, che però svela che “I Governi sono sempre più sensibili ai problemi linguistici”. Questa nuova sensibilità ha anche innescato rivendicazione riguardo la protezione delle biodiversità. “E non nulla di strano – precisa M. Moseley – si tratta di una sensibilità capace di unire la difesa delle specie viventi e delle lingue degli uomini”.

 

Presa di coscienza militante in certi casi, presa di coscienza politica ed istituzionale in altri, sovente portano al riconoscimento delle lingue. L’iscrizione del bilinguismo nella Costituzione del Paraguay, è frutto evidente della grande crescita dell’uso della lingua Guaranì (passata dai 3,6 milioni del 1992 ai e,4 milioni del 2002) che ha equiparato l’uso dello spagnolo. In Messico, nel 2003, è stata emessa una legge che ha conferito alle popolazioni indigene il diritto all’insegnamento bilingue, con insegnanti bilingui. Ma un riconoscimento bilingue non è sufficiente: l’Irlandese o galelico pur essendo insegnato nella scuola pubblica, è parlato solamente dal 5/6 % della popolazione, precisa Christopher Moseley.

 

La base per la difesa delle lingue, parte essenzialmente dalla mobilitazione delle comunità di parlanti. Così, l’America del Nord e l’Australia sono, nel mondo, le zone che accolgono più lingue e sono pure le due realtà che più si adoperano, con molti successi di recupero. «Notevoli ed importanti sono le azioni per far rivalutare le lingue in pericolo o quasi estinte» spiega M. Moseley, riferendosi alle comunità indiano-americane ed alle lingue «black-foot, «apache», «cherokee».

 

Questo «risveglio» in favore delle lingue in pericolo è merito anche di élites, che lontane dalla loro terra di origine, hanno desiderio di trasmettere i valori della loro identità ai figli. E’ il caso dello Saami. Questa lingua parlata in Svezia, in Norvegia e in Finlandia, è sempre meno diffusa, ma è rivitalizzata da un ritorno di prestigio e di uso tra gli emigranti in altre parti del mondo. Questo particolare fenomeno di rinascimento non riguarda solamente le lingue insolite o esotiche: il «welch» ha riconquistato il 30% di locutori del sud-ovest dell’Inghilterra. Il Basco ed il Catalano hanno ottenuto risultati ancora più eclatanti. E questo significa che l’Europa delle lingue non è affatto immobile.

 

Nell’epoca in cui il «global english» sembra dominare il mondo, parrebbe insensato voler a tutti i costi preservare la grande varietà del patrimonio linguistico. «Non è la lingua inglese la minaccia principale della diversità linguistica, ma sono le lingue periferiche che in certi casi che tendono ad imporsi sulle piccole lingue» precisano unanimemente i linguisti. La «dominazione» del Swahili in Africa dell’Est, poiché è insegnato e permettere di trovare lavoro, minaccia le 30 / 40 lingue parlate in Tanzania. Lo stesso caso in Indonesia, dove il «barassa» provoca la morte lenta delle lingue dell’arcipelago.

 

Ma ha senso mantenere o rivitalizzare lingue i cui locutori non hanno più occasione di interloquire? «Una sana ecologia linguistica suppone la coesistenza di più lingue: una lingua locale di relazione con a fianco tutta una gamma di altre lingue che ricoprono ciascuna un ruolo diverso», precisa James Costa, ricercatore all’Istituto nazionale francese di ricerche pedagogiche (INRP). Esempio significativo il caso delle isole Shetland nel Mare del Nord «Prima del XVII secolo, queste terre erano un interessantissimo luogo di diversità linguistica. Si parlava una forma di norvegese, come il frisone, il fiammingo, l’olandese. Ognuna di queste lingue era impiegata per usi diversi: nel commercio, la vita quotidiana.» Sono dunque queste «ecologie linguistiche» che oggi bisogna assolutamente salvaguardare, riassume il linguista.

In Francia, 26 lingue (la maggioranza) sono in pericolo

Il basco, il bretone, il corso… il “champenois”, il “bourgignon”, il franco-provenzale, o ancora il “picard”, che, con i cui 700.000 locutori, di cui 500.000 in Francia, potrebbe beneficiare dell’effetto “Ch’tis” (il film “Giù al nord”, campione di incassi in Francia con 20 milioni di spettatori, in cui veniva impiegata la lingua piccarda). In totale, in Francia, l’Altlante dell’Unesco recensisce 26 lingue di cui la maggioranza è indicata “in grave pericolo”.

Qualcuna come il “ligure”, l’allemanico, il lusseburghese e il “francique” (queste ultime tre lingue indicate, alla stregua del fiammingo occidentale, “vulnerabili”), sono transfrontaliere. Nella lista risulta anche il “linguadociano”, il “franc-comtois”, il “guascone” “l’alvergnate”, il “limosino”, il “poitevin-saintongeais“, il “vallone“, il “rhénan“il “gallo“, il “normand“, il “lorrain“, il “provenzale“. Il documento cita anche, curiosamente il piemontese, impiegato nelle zone frontaliere fra Francia e Italia e nelle comunità di emigranti presenti in Provenza.

Brigitte Perucca

 


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