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Ad esso si accede per due sentieri. Uno a levante della
collina l'altro a ponente. Il primo parte dalle case appollaiate sul
principiar dell'erta e sale tra vigneti e orti giungendo sul davanti del
Castello. Il secondo, a ponente sale per un più vasto giro tra boschi
selvaggi riuscendo sur un prato costeggiante un vigneto.
Qui allo sguardo ci si presenta subito una muraglia alta circa 13 metri
interamente ricoperta di edera tra il cui fogliame a mala pena si distinguono
le feritoie alte circa un metro e larghe 20 cm. La base, benché rafforzata da
forti sostegni in alcuni punti è corrosa e presenta fenditure ; passandole
accanto vi pare di vedervela cadere sul capo e certo se mancasse il verde
abbraccio dell'edera, sarebbe già da tempo completamente rovinata, sgretolata
dall'acqua.
La parete volta al Sesia è meno alta; nella congiuntura colla parete a
ponente ha una fenditura larga quasi un metro e lunga tre circa, sono due
feritoie unitesi tra loro pel continuo sgretolarsi dei muri. Una porta grande
è nel centro, larga circa 3 metri per 4 d'altezza e lateralmente, alquanto
discoste, sono altre due di poco minori. Nel breve piano davanti a questa
parete (e che ora l'industre colono ha trasformato in vigna) stanno due
colonne di un metro quadrato di base; intorno, sopra il burrone, a tratti,
avanzi di muraglie dicono la grande struttura del Castello.
La parete a levante che forse un giorno doveva essere quella del piombatoio è
più alta di tutte, presenta spiragli e feritoie ; è solidissima poiché,
sebbene alcuni arbusti abbiano incuneato le loro radici tra pietra e pietra,
non presenta che piccole crepe e resiste ancora al fatale dissolvimento. Più
discosto in avanti, a perpendicolo sulla sottostante strada si vedono i resti
di una costruzione quadrata che doveva essere il baluardo - vedetta.
Dalla parte verso la montagna non esistono che bassi muriccioli scomparenti
tra l'ammasso di pietre.
L'interno è una pietraia su cui crescono e vegetano i rovi e le altre piante
tra le rovine come un'eterna derisione per le cose umane che il tempo
distrugge. Vi sono avanzi di muri di uno spessore enorme; feritoie e finestre
a doppio arco che un giorno erano a debita altezza ora sono a metà tra i
sassi. In una parete verso levante si notano alcune feritoie accecate da un
muro interno, (il che denota come il Castello sia stato costruito a più
riprese), ivi la costruzione mantiene ancora la forma quadra di una camera,
ma ovunque rovi ed edera, pietre e muri in rovina, e vien da pensare come e
con quanta fatica fu costruito, con quali mezzi le pietre levigate del Sesia
furono issate fin lassù.
Intorno al Castello: mistero!
Chi lo costruì? Chi lo abitò? Mistero! La storia tace, e le muraglie, sole
testimoni, non ci mormorano una fantastica sequela di guerre, di privazioni,
di sacrifici e di rovina?
Forse un giorno lunghe catene di servi, salirono faticosamente l'erta
portando sul ricurvo dorso le pietre del Sesia e bagnandole di sudore e di
sangue. Forse alcuni morirono sotto la sferza del loro tiranno schiacciati
dal peso degli enormi massi che il loro corpo, languente, a stento poteva
sostenere. Chi fu l'edile che lo architettò? Chi ospitò attraverso un
millennio e più? Forse sui declivi fioriti un giorno cantarono le castellane,
le bionde dame, cogliendo le viole che oggi ancora fioriscono e ridono al
sole, ignare cosa sia la vita. Forse il fiero cavaliere aspettò, presso i
cespugli o sotto le turrite mura, l'apparire della sua dama; biondi paggi
sostarono, immoti come cariatidi, sotto il sempreverde bosco, accanto ai
levrieri accucciati in estatica contemplazione del cielo. Udirono forse
quelle vetuste mura il fischio dei falconieri e il canto dei menestrelli;
videro, col sorgere e il morire dei secoli, il tramutarsi delle generazioni;
parlarono con le acque correnti del Sesia, o con le nubi vaganti
nell'azzurro, di questi piccoli uomini che le passioni accecano.
O forse fu il protettore di generazioni oppresse. Forse conobbe le battaglie
per quella "libertà... ch'è sì cara - come sa chi per lei vita rifiuta,,
forse resistette ferreo, invincibile, alle aspre battaglie, nei giorni pieni
di sole o nelle notti lunari; forse udì il gemito dei morenti presso la sua
fossa, i lamenti dei feriti, l'urlo degli assalitori, cui rispondeva più alto
il disperato gridar degli assaliti, udì il grido alto dei vincitori, lo
sgomentato favellar dei vinti, i pianti e le preghiere delle donne, prive del
fratello, del marito, del figlio, i pianti e le preghiere dei bimbi, privi
del padre ; poi nella notte, su tutto quell'ammasso di fraterna carne il tuonar
del cielo, il guizzar del lampo, il pianto delle nubi gli dissero, con
pietoso compatimento, l'eterna follia degli uomini.
Oh! se potessero parlare quelle millenarie mura, quali insegnamenti, quali
tesori di saggezza potrebbero offrirci, loro che videro il fatale rincorrersi
dei secoli! Ci direbbero che coloro che lo assalirono, coloro che
affrontarono i torrenti d'acqua e d'olio bollente per giungere ai suoi merli,
coloro che vissero e morirono odiando i loro fratelli, coloro che
combatterono per non cadere da una schiavitù ad un'altra, coloro che vinsero
e coloro che furono vinti, ora sono ridotti a un pugno di polvere, che si
mesce e si confonde: quella dei vinti con quella dei vincitori, quella degli
oppressi con quella degli oppressori.
Ma le muraglie sono là, spettacolo di morte, ricetto ai falchi e ai rettili,
solitarie e mute. E l'uomo continuerà la sua vana, pazza lotta, la sua
inesorabile corsa al silenzio del sepolcro.
Tratto da: Storia del Comune di Serravalle Sesia di Don
Piolo Florindo - Stabilimento Grafico Fratelli Julini – Grignasco Dicembre
1995
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