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NEMETON

E' il Greenwood delle canzoni celtiche, ossia il bosco verde quello più interno e celato, l'antico luogo sacro dove l'uomo si incontra con la divinità. Non sappiamo quali fossero le cerimonie che ai tempi dei Celti si svolgevano nel Nemeton ma certamente era un luogo in cui si compivano sacrifici agli dei. Ora una domanda si pone inevitabilmente: i Druidi offrivano sacrifici umani alle loro divinità?

A leggere quanto scritto dagli autori classici si!

Lucano (Farsaglia libro III, vv 400-425)

C’era un bosco sacro, mai profanato da tempo immemorabile, che sotto la volta dei suoi rami racchiudeva un’aria tenebrosa e gelide ombre, facendo schermo in alto ai raggi del sole. Non Pani agresti e Silvani, signori delle selve, e Ninfe lo abitavano, ma vi erano celebrate cerimonie di barbari riti; vi si ergevano sinistri altari e durante i sacrifici, il sangue umano sprizzava su ogni pietra. Se un po’ di fede merita l’antichità, che ha provato lo stupore per il divino, persino gli uccelli avevano paura di posarsi su quei rami e le fiere di sdraiarsi in quella selva; neppure il vento o la folgore che piombava dalle fosche nubi si abbattevano su di essa e le fronde degli alberi avevano un brivido tutto loro, senza che il vento le scuotesse. Acque abbondanti cadevano da cupe sorgenti e le lugubri statue degli dei erano prive d’arte, ricavate rozzamente da tronchi intagliati. E si narrava che spesso muggivano per terremoti le profondità delle caverne, si risollevavano i tassi abbattuti e si vedevano bagliori nelle selve, senza che vi fossero incendi, e che draghi striscianti si avviticchiavano ai tronchi. Le genti non si radunavano in quel luogo per celebrarvi il culto, ma lo avevano lasciato agli dei. Quando Febo è a metà del suo corso o in cielo si stendono le tenebre della notte, neppure il sacerdote osa entrarvi per paura di vedersi improvvisamente davanti il signore del bosco.

NEMETON

Nemmeno il vento entro la foresta
-nessuna voce né traccia di passo
(sarebbe una ferita sul sentiero
o sulla pelle intatta dell’eco).
Un silenzio di cenere si aduna
su quest’assenza splendida di fiori
dove ombre annidate fra le rocce
mimano forma di immobili roseti:
ma niente è vivo come la foresta.
Non entra lume, non traspare cielo:
nell’assenza apparente di tempo
il divino si schiude come gemma.

Nemeton sacro, qui stanno gli dei
e nelle polle d’acqua risorgiva
si abbeverano ninfe e lepracauni.
Una radura è centro del mondo:
qui solo, uomo, potresti avvicinare
senza stacco il divino- ma l’ingresso
è precluso ai pellegrini –opachi occhi,
dietro le palpebre pensieri in agonia.

(Fryda Rota)

LA TRIPLICE MORTE SACRIFICALE

Ancora controversa la questione se i Druidi praticassero sacrifici umani rituali; il dibattito in verità è più orientato sulla questione temporale (i reperti archeologici hanno dimostrato la diffusa presenza di roghi votivi celtici risalenti all’età del bronzo-ferro) ovvero se la prassi fosse ancora praticata dai Galli ai tempi di Giulio Cesare oppure dai druidi irlandesi alle soglie del Medioevo.

Un eccezionale reperto archeologico risalente al I-II secolo a. C. è la mummia chiamata l’uomo di Lindow ribattezzata Pete Marsh da qualche giornalista burlone – gioco di parole derivato da “peat marsh”, in italiano “torbiera”- trovata nella torbiera di Lindow Moss, Wilmslow, Contea di Cheshire (Inghilterra).

In occasione delle due principali festività rituali dell’anno (Samahin o Beltane) i Druidi sacrificavano una vittima umana agli dei. La vittima era nutrita con una focaccia d’orzo, denudata e dipinta di rosso, gli veniva legata una striscia di pelo di volpe sul braccio sinistro. Quindi al sorgere del sole gli veniva data la triplice morte, una per la terra, una per l’aria e una per il cielo. La morte era però “pietosa” perchè la vittima veniva tramortita con un colpo di mazza, poi era garrotata e quindi gli si squarciava la gola con un coltello ricurvo. Il sangue era raccolto in una coppa d’argento e infine veniva sparso sui campi per garantire un raccolto migliore.

Se noi oggi riteniamo il sacrificio umano una barbara crudeltà, dobbiamo però riflettere sul significato della vita in quei tempi: ogni singola vita era evidentemente preziosa e importante, ma non così importante quanto la vita della comunità nel suo complesso, ovvero la prosperità e la salute del villaggio (che un tempo coincideva con una tribù) erano considerati un bene supremo. Prosperità voleva dire una terra fertile che assicurasse un buon raccolto tale da sfamare tutta la tribù, le piogge al momento opportuno per irrigare i campi e far germogliare i semi; voleva dire scorte per l'inverno e la salute degli armenti. Voleva dire la nascita di tanti bambini e la sopravvivenza della tribù e della specie.

Ma quando non pioveva abbastanza o pioveva troppo, quando il sole scaldava troppo o troppo poco, quando i raccolti andavano perduti o le bestie e gli uomini morivano per un morbo misterioso, allora erano gli Dei ad essere adirati e per placare la loro collera e riottenere i loro favori, gli uomini offrivano ciò che avevano di più prezioso, ossia la vita umana. Erano le vittime sacrificali dei volontari? 

Io ritengo di si, solo così il sacrificio poteva essere degno, un'offerta spontanea nella piena cosapevolezza di stare donando la propria vita per il bene della comunità, affinchè le persogne del villaggio, i propri cari e gli amici potessero sopravvivere! C'era anche in chi si offriva come vittima sacrificale la profonda convinzione di un accesso privilegiato all'Altro Mondo fatato.

Credo inoltre che l'impatto della nuova religione con l'immagine di un semi-dio (Gesù) che offriva la sua vita in sacrificio (una volta per tutte) per il bene di tutta l'umanità, facesse leva anche su questo substrato culturale.

(Cattia Salto luglio 2015)